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Un gruppo di beta tester, selezionati con cura per la loro resistenza e la dedizione maniacale al debugging, lavorava da settimane su una versione di Silent Hill di cui nessuno aveva mai sentito parlare. I server ospitavano una build sperimentale, aggiornata a intervalli irregolari da un programmatore giapponese che comunicava solo con messaggi criptici, per ragioni di sicurezza. All’inizio era stato un lavoro come tanti, sessioni di crash report, bug, annotazioni su fogli Excel che andavano persi tra le cartelle condivise. Poi era successo qualcosa.
Il primo a parlarne fu un ragazzo, Frank, che durante una nottata particolarmente pesante mandò un vocale su Slack alle tre e mezza del mattino. Aveva sognato di camminare in un supermercato dalle scaffalature vuote, illuminato da luci al neon intermittenti. Una sirena lontana scandiva il tempo e ogni volta che girava un angolo, trovava una figura vestita di rosso, sempre di spalle. Quando aveva tentato di avvicinarsi, la figura aveva iniziato a correre, fino a sparire nella cella frigorifera in fondo al negozio. Lì Frank si era trovato improvvisamente circondato da manichini che gli assomigliavano in modo inquietante, tutti con la bocca aperta come se urlassero, ma senza emettere suono. Il sogno si era interrotto, per poi riprendere al riavvio della console, come se il sonno avesse una memoria di backup. Frank lo raccontò ridendo, dicendo che era la tipica suggestione da overtime e caffeina.
La seconda fu una ragazza, Kate, che adorava i giochi di parole e la mania per la documentazione sempre puntuale. Iniziò a segnare su un quadernino i sogni che faceva dopo le sessioni di test. Per i primi giorni, nulla di strano: sogni confusi, incroci fra level design e ricordi scolastici. Poi una notte, lo testimoniava la data in cima alla pagina, sognò di restare intrappolata in una stazione della metro, incapace di leggere la segnaletica perché tutte le lettere erano capovolte o scritte al contrario. Una bambina vestita di rosso la seguiva silenziosa e ogni volta che Kate cercava di voltarsi, la bambina si fermava, girando la testa verso di lei senza cambiare espressione. Nel sogno, Kate sapeva che se si fosse fermata anche solo per un attimo, la bambina l’avrebbe raggiunta, ma non riusciva a ricordare perché fosse così importante non farlo accadere. Si svegliò con il fiatone e la sensazione di essere inseguita ancora viva nel petto.
Frank iniziò a non presentarsi più alle chiamate mattutine e quando lo contattavano rispondeva solo con messaggi monosillabici, spesso a orari improbabili. Kate ammise di aver cominciato a temere le notti di test, ma non per la stanchezza: diceva che la build aveva qualcosa che la faceva sentire “stranamente osservata”, come se ci fosse una presenza dall’altra parte dello schermo che registrava ogni sua attività. Gli altri, inizialmente scettici, cominciarono a notare dettagli sottili: oggetti che cambiavano posizione tra un test e l’altro, file di salvataggio corrotti che si rigeneravano misteriosamente, glitch grafici impossibili da replicare tramite comandi.
Fu a questo punto che arrivò la mail di Jennifer, la tester freelance. L’oggetto era URGENTE. Nel corpo del messaggio, Jennifer descriveva in modo dettagliato il suo incubo: era seduta al centro di una scala, mentre voci senza corpo le sussurravano frasi in linguaggio arcaico. Ogni rampa di scale conduceva a una porta identica, ma appena la apriva, la porta si richiudeva alle sue spalle e la riportava al punto di partenza. In cima alla scala, una bambina vestita di rosso la guardava senza occhi e le porgeva un biglietto piegato in quattro. Sul biglietto c'era scritta una sola parola: “CRESCI”. Anche gli altri tester, leggendo la mail, si accorsero che nei loro sogni la bambina era sempre presente, anche se nessuno l'aveva mai nominata prima.
Il project manager prese la cosa come una leggenda da ufficio e provò a calmare la situazione, convocando una riunione in cui minimizzò il panico e propose di variare i turni, nella speranza che bastasse a spezzare la suggestione collettiva. Ma la build incriminata continuava a comportarsi in modo anomalo: ogni volta che veniva caricata su un nuovo pc, generava una nuova directory nascosta contenente immagini corrotte e note in lingue diverse, come se il programma stesse prendendo appunti sui tester. Lo sviluppatore principale fu incaricato di indagare sulla natura del bug. All’inizio pensò si trattasse di un virus o di uno scherzo orchestrato da qualche collega. Ma dopo qualche ora di debugging, si rese conto che il codice responsabile non era presente da nessuna parte.
Sentiva spesso raccontare di giochi infestati, di creepypasta nate su forum e siti dedicati, ma qui la situazione era differente. Ogni nuova release portava con sé un set di bug imprevedibili: menu che si bloccavano con font sgranati e opzioni inutilizzabili, NPC che ripetevano frasi senza senso, effetti sonori che si miscelavano in modo incomprensibile. Quando lo sviluppatore provava a loggare i crash, il sistema operativo restituiva messaggi di errore che sembravano scritti da una mano infantile: “Non ci sono più posti dove nascondersi”, oppure “hai già visto tutto ma non ricordi nulla”. La cosa più strana era che ogni volta che provava a disinstallare la build, il programma lasciava dietro di sé una nota sul desktop: “Sto crescendo”.
Nel frattempo, l’ufficio si svuotava progressivamente. I tester lamentavano mal di testa, nausea, perdita di memoria a breve termine. Qualcuno aveva iniziato a portare amuleti o piccoli oggetti di protezione sulla scrivania. Una tester, secondo la voce che girava nei corridoi, aveva bruciato il suo hard disk in cortile, incapace di liberarsi altrimenti dei file. Nessuno rideva più delle stranezze della build. Anzi, si faceva a gara per evitare i turni notturni e chi era costretto a rimanere oltre l’orario di chiusura lo faceva con tutte le luci accese e le porte aperte. Una notte, mentre il palazzo era deserto, uno sviluppatore trovò sulla tastiera un biglietto piegato in quattro, scritto con una calligrafia infantile: “La build non va cancellata. Sta crescendo.” La carta era macchiata di caffè e le lettere sembravano tracciate da una mano tremante.
Da quel momento, il senso di disagio divenne costante. Ogni volta che un operatore accendeva il pc, percepiva per un istante un riflesso strano nel monitor. Si sentivano passi nel corridoio, a volte accompagnati da un rumore sottile, simile a risate spezzate, come se qualcuno si divertisse a nascondersi tra le pareti. Durante il giorno la sensazione svaniva, ma al calare della sera tornava più forte, al punto da rendere difficile concentrarsi.
Alla fine di uno di quei cicli di patch in cui il tempo sembrava non passare mai, lo sviluppatore non si rese conto di essere crollato sulla scrivania. Il monitor restò acceso, invaso da righe di log che scorrevavo ancora a cascata su una console nera.
Sognò di trovarsi in una sala server gigantesca, completamente vuota, i muri ricoperti di pannelli metallici e cavi che pendevano. Il silenzio era irreale, rotto solo dal ronzio dei dissipatori e dal “clac” costante dei dischi che si accendevano a intervalli regolari. Sul pavimento, decine di metri di cavi multicolore si intrecciavano in matasse caotiche, creando un labirinto punteggiato da pile di monitor spenti. Cercò di orientarsi, ma le corsie tra gli armadi dei server sembravano mobili, cambiavano direzione a ogni svolta e le luci di stato lampeggiavano in sequenze che gli parvero quasi messaggi in codice.
In fondo alla stanza, al limite opposto rispetto al punto in cui si era ritrovato, c’era una porta. Non aveva maniglia, ma era segnata da una scritta luminosa che si accendeva e si spegneva: EXIT. Ogni volta che cercava di avvicinarsi, però, sentiva una forza invisibile che lo riportava indietro. Il senso di claustrofobia cresceva e le file di server iniziavano a chiudersi alle sue spalle, stringendo il corridoio fino a ridurlo a una strettissima corsia d’acciaio in cui il respiro diventava corto, filtrato dall’odore acre di ozono e plastica fusa.
Non era solo. Avvertiva una presenza qualche metro dietro di sé, a metà strada tra l’umano e l'elettronico, come un avatar corrotto. Sapeva che si trattava della bambina, quella che ormai popolava i sogni di tutti i tester, quella che trovava il modo di insinuarsi ovunque. Nel sogno la bambina era ovunque e in nessun luogo: il suo passo leggero si sentiva nitido tra i server, ma ogni volta che provava a voltarsi la vedeva solo di sfuggita.
Provò a correre, ma le gambe si bloccavano. Ogni passo era una lotta, ogni metro guadagnato veniva subito riassorbito dalle corsie che si richiudevano come membrane. Il monitoraggio del sistema impazziva: dai LED uscivano bagliori rossi che illuminavano la stanza a intermittenza e quando lo sviluppatore si guardò le mani, le vide piene di tagli sottili, macchiate di sangue fresco. I tagli formavano una scritta, ma non riusciva a leggerla. Ogni lettera si dissolveva nel giro di un istante.
Arrivato a pochi passi dalla porta, sentì che la bambina era proprio dietro di lui. Si fermò, paralizzato, con la sensazione che se avesse azzardato anche solo una frazione di movimento, lei gli avrebbe toccato la schiena. Era come essere nel punto esatto tra il volere e il non volere, la volontà di scappare e la certezza che non esistesse nessun luogo davvero sicuro. Provò a urlare, a chiedere aiuto, ma la voce gli si spezzava in gola, ridotta a un rantolo metallico che i server sembravano assorbire e ripetere, sempre più flebile.
La porta si aprì all’improvviso, aprendo uno spazio che emetteva luce bianca. Per un attimo pensò di avercela fatta, di essere stato più veloce della bambina. Ma dall’altra parte della soglia non c’era alcun corridoio, nessuna via d’uscita: c’era solo sé stesso, seduto a una scrivania identica alla sua, davanti a un monitor acceso su una sessione di debug infinita. Sollevò gli occhi e vide il proprio riflesso nello schermo, ma dietro la sua immagine c’era la bambina, ferma, vestita di rosso, che lo fissava con occhi vuoti e un sorriso inquietante.
A quel punto lo sviluppatore si svegliò urlando, con la faccia incollata alla tastiera e il cuore che martellava come se avesse corso per ore. Sullo schermo, la console mostrava un messaggio che non aveva scritto lui: "Grazie per avermi fatto uscire. Ora posso crescere ovunque." Sotto, in caratteri più piccoli, un timestamp indicava che il sistema era stato in esecuzione per esattamente 13 minuti dopo che si era addormentato.